Il M5s poteva non sapere quanto

sarebbe costato fermare la Tap?

Di Maio aveva parlato di "penali" per 20 miliardi. In

realtà si tratta di risarcimenti, il cui conto potrebbe

però essere ancora più elevato

di PAGELLA POLITICA DI AGI 30 ottobre 2018 Il   ministro   del   Lavoro   e   dello   Sviluppo   Economico   Luigi   Di   Maio,   a proposito   del   Tap,   ha   dichiarato   il   27   ottobre:   “Non   è   semplice dover   dire   che   ci   sono   delle   penali   per   quasi   20   miliardi   di   euro, ma   così   è,   altrimenti   avremmo   agito   diversamente”.   Alla   domanda di    un    giornalista    se    non    lo    sapessero    durante    la    campagna elettorale   ha   risposto:   “No,   perché   le   carte   ovviamente   un   ministro le   legge   quando   diventa   ministro,   soprattutto   a   noi   del   M5s   non   ci hanno    mai    fatto    leggere    niente”.    Il    presidente    del    Consiglio, Giuseppe   Conte,   in   una   lettera   ai   cittadini   di   Melendugno,   aveva poi    chiarito    che,    tecnicamente,    non    si    tratta    di    penali    bensì    di risarcimenti,   il   cui   conto   potrebbe   arrivare   a   35   miliardi.   Ma   il   M5s poteva non sapere, come sostiene Di Maio? La contestazione Il    suo    predecessore    allo    Sviluppo    economico,    Carlo    Calenda,    il giorno    successivo    su    Twitter    ha    smentito    questa    ricostruzione. Calenda,   rivolgendosi   qui   al   presidente   del   Consiglio   Conte,   ha scritto:     “Se     sostieni     che     esistano     carte     nascoste     e     penali dimostralo.   Se   invece   parli   dei   costi   di   un   risarcimento   erano   ben conosciuti   da   tutti.   In   primo   luogo   da   quelli   che   hanno   detto   che avrebbero chiuso il Tap in due settimane”. L’ultimo   riferimento   è   in   particolare   ad   Alessandro   Di   Battista,   che il   2   aprile   2017,   aveva   dichiarato   a   una   manifestazione   no-Tap   che: “Con    il    governo    del    M5S    quest’opera    la    blocchiamo    in    due settimane”. Ma vediamo di fare chiarezza sulla questione delle penali. Che cosa sono le penali? Con   “penale”   si   fa   normalmente   riferimento   alla   “clausola   penale” disciplinata   dall’articolo   1382   del   codice   civile.   In   base   a   questo: “La   clausola,   con   cui   si   conviene   che,   in   caso   di   inadempimento   o di   ritardo   nell’adempimento,   uno   dei   contraenti   è   tenuto   a   una determinata   prestazione,   ha   l'effetto   di   limitare   il   risarcimento   alla prestazione   promessa,   se   non   è   stata   convenuta   la   risarcibilità   del danno    ulteriore.    La    penale    è    dovuta    indipendentemente    dalla prova del danno”. Traducendo:   secondo   la   legge,   insomma,   si   tratta   di   una   clausola che   deve   essere   esplicitata   nel   contratto,   che   stabilisce   la   somma che    una    parte    del    contratto    deve    all’altra    in    caso    di    ritardo    o inadempimento.     In     questo     modo,     da     un     lato     si     limita     il risarcimento   a   una   somma   predeterminata   e   dall’altro   si   rende non   necessario,   per   chi   chiede   il   risarcimento,   provare   il   danno subito. In    assenza    di    clausole    penali,    l’entità    del    risarcimento    viene normalmente   stabilita   dal   giudice   dopo   aver   ascoltato   le   ragioni delle parti. Quando    è    coinvolto    lo    Stato,    normalmente    si    applica    il    diritto amministrativo     e     non     quello     civile.     Ma,     semplificando     una questione   giuridica   che   sarebbe   altrimenti   molto   complessa   da spiegare,    possiamo    dire    che    anche    in    questo    caso    trovano applicazione   i   principi   generali   sul   risarcimento   del   danno   e   sulle penali. Erano previste penali per il Tap? L’avvocato   del   movimento   No   Tap   Michele   Carducci   ha   presentato una    richiesta    di    accesso    civico    agli    atti    (Foia)    a    vari    ministeri chiedendo,   tra   le   altre   cose,   chiarimenti   sull’esistenza   e   l’entità   di eventuali clausole penali. Nessuno     dei     Ministeri     interpellati     ha     risposto     di     essere     a conoscenza dell’esistenza di queste penali. Il    Ministero    dello    Sviluppo    economico    ha    chiarito    meglio    la situazione.    Nella    sua    risposta    ha    spiegato    che:    “Una    eventuale revoca      dell’autorizzazione      rilasciata      […],      col      conseguente annullamento    del    progetto,    causerebbe    una    serie    di    danni    a soggetti   privati   […]   e   pubblici,   configurando   richieste   di   rimborso degli   investimenti   effettuati   nonché   dei   danni   economici   connessi alle mancate forniture”. Dunque    sembra    che    si    possa    dire    con    un    buon    margine    di certezza che non esiste alcuna clausola penale riguardo la Tap. Quindi      non      c’è      una      quantificazione      predeterminata      dei risarcimenti     dovuti,     ma     un     suo     annullamento     causerebbe sicuramente   dei   danni   a   soggetti   privati   e   pubblici,   che   potrebbero avanzare richieste di rimborso. A   quel   punto   toccherebbe   poi   a   giudici   o   arbitri   stabilire   l’entità   di tale   rimborso.   Dunque   al   momento   possiamo   solo   avere   stime non certe sul costo di annullamento dell’opera. Le stime Il    presidente    del    Consiglio    Giuseppe    Conte,    in    una    lettera    ai cittadini    del    Comune    di    Melendugno,    ha    affermato    che    “se    il Governo   italiano   decidesse   adesso,   in   via   arbitraria   e   unilaterale, di    venire    meno    agli    impegni    sin    qui    assunti    anche    in    base    a provvedimenti    legislativi    e    regolamentari,    rimarrebbe    senz’altro esposto   alle   pretese   risarcitorie   dei   vari   soggetti   coinvolti   nella realizzazione dell’opera e che hanno fatto affidamento su di essa”. Anche    qui    sembra    confermata    la    tesi    sull’assenza    di    clausole penali   ma   sulla   presenza   certa   di   pretese   risarcitorie   dei   soggetti coinvolti, se l’opera fosse bloccata. Sempre   secondo   Conte,   “i   costi   potrebbero   aggirarsi,   in   base   a   una stima   prudenziale,   in   uno   spettro   compreso   tra   i   20   e   i   35   miliardi di euro”. Un’altra     stima,     proveniente     dal     sottosegretario     allo     Sviluppo Andrea    Cioffi    e    riferita    dal    sindaco    di    Melendugno    Marco    Potì, parlava   invece   di   circa   20   miliardi   di   euro.   Di   questi   3,5   miliardi sarebbero   di   risarcimenti   per   i   costi   già   sostenuti,   11,2   miliardi   per il   mancato   utile   sui   flussi   del   gas,   e   “se   questo   gas   non   arriva   ai clienti   con   cui   hanno   fatto   i   contratti   ma   si   vende   sul   mercato turco, costerebbe 7 miliardi di euro”. Ancora   più   alte   le   cifre   ipotizzate   dalla   società   di   Stato   azera   Socar e   dalla   britannica   British   Petroleum,   coinvolte   nella   realizzazione del    progetto:    come    riportano    alcuni    quotidiani,    i    risarcimenti potrebbero   oscillare   tra   i   40   e   i   70   miliardi   di   euro,   a   detta   delle due società. Come   abbiamo   già   detto,   il   fatto   che   si   parli   di   stime   e   non   di   cifre precise     rafforza     la     tesi     dell’assenza     di     clausole     penali,     che darebbero    importi    prestabiliti.    Ma    vediamo    se    è    vero,    come afferma     ancora     Di     Maio,     che     i     pentastellati     non     potessero conoscere    la    situazione    in    particolare    riguardo    ai    risarcimenti miliardari in caso di blocco del gasdotto. Il M5s poteva non sapere? Per   cercare   di   rispondere   a   questa   domanda   ce   ne   poniamo   altre tre: chi può chiedere il risarcimento, perché e quanto? Chi e perché Come   sintetizza   il   presidente   del   Consiglio   Conte   nella   sua   lettera ai      cittadini      di      Melendugno,      i      soggetti      che      sicuramente chiederebbero   un   risarcimento   del   danno   sarebbero   il   consorzio Tap   e   i   suoi   azionisti   (Socar,   BP,   Snam,   Fluxys,   Enagas,   Axpo)   “per   i costi   di   costruzione   e   di   mancata   attuazione   dei   relativi   contratti   e per   il   mancato   guadagno   da   commisurare   all’intera   durata   della concessione    (25    anni)”;    le    società    importatrici    di    gas    (tra    cui: Edison,   Shell,   Eon   e   altri   ancora)   “che   hanno   già   comprato   il   gas   a prezzi   scontati   e   che   mirerebbero   a   trasferire   allo   Stato   italiano   i maggiori   costi   di   approvvigionamento   per   i   prossimi   25   anni”;   e   gli “shipper   di   gas   che   si   ritroverebbero   a   perdere   margini   per   vendite in Turchia anziché in Italia”. Che   il   consorzio   Tap   e   i   suoi   azionisti   avrebbero   potuto   chiedere dei   risarcimenti   in   caso   di   annullamento   dell’opera   era   chiaro   fin dal   20   maggio   2015,   quando   il   ministero   dello   Sviluppo   economico firmò   il   Decreto   di   attuazione   unica   del   progetto,   che   approva   il progetto    definitivo    dell’opera    e    incarica    il    consorzio    stesso    di terminare il lavori entro il 2020. Allo   stesso   modo,   una   volta   approvato   il   progetto,   era   chiaro   che avrebbero    potuto    vantare    delle    pretese    risarcitorie    le    società importatrici       di       gas,       che       avevano       firmato       i       contratti venticinquennali già a settembre 2013, così come gli shipper. Che   il   risarcimento,   infine,   venga   calcolato   considerando   i   costi   già sostenuti    e    i    mancati    guadagni    lo    stabilisce    il    codice    civile,    in particolare   l’articolo   1223,   che   dovrebbe   applicarsi   al   Tap   anche   in base   ai   principi   del   diritto   internazionale   privato   (l.   218/1995   artt. 58-63). Quanto? Quindi,    il    fatto    che    ci    sarebbero    stati    diversi    soggetti    titolati    a chiedere   un   risarcimento   per   le   perdite   subite   e   per   i   mancati guadagni,   in   caso   di   annullamento   dell’opera,   era   chiaro   già   da anni. Ma   era   chiaro   anche   che   l’entità   del   risarcimento   sarebbe   stata così elevata? Qui   la   questione   si   fa   più   complessa,   perché   come   già   detto   ci muoviamo   prevalentemente   nel   terreno   delle   stime.   L’unica   cifra certa   è   quella   sul   costo   dell’opera:   secondo   quanto   affermato   a gennaio   2017   da   Ian   Bradshaw,   managing   director   del   Tap,   tale costo   è   di   4,5   miliardi   di   euro.   La   stessa   stima   è   ripresa   anche   dai più     recenti     documenti     del     consorzio     che     sta     costruendo     il gasdotto.   In   base   a   questi   il   90%   dei   4,5   miliardi   sono   già   stati spesi   o   impegnati,   dunque   un   eventuale   rimborso   dei   costi   già sostenuti supererebbe i 4 miliardi di euro. Le    cifre    ulteriori    –    su    altri    costi    sostenuti,    danni    e    mancati guadagni   –   sono   anche   oggi   di   difficile   previsione,   anche   perché   il Tap   è   parte   di   un’opera   ben   più   ampia,   il   Corridoio   meridionale   del gas. Secondo   un   esperto   di   sicurezza   energetica   da   noi   sentito,   e   che preferisce    rimanere    anonimo    per    il    suo    coinvolgimento    con diverse   importanti   aziende   del   settore,   il   costo   dell’annullamento dell’opera    nell’ordine    di    grandezza    delle    decine    di    miliardi    era comunque   ampiamente   prevedibile   già   dopo   il   via   libera   all’opera nel   2015.   C’erano,   e   ci   sono,   grossi   margini   di   incertezza   sulla   cifra finale   –   la   differenza   tra   i   20   miliardi   di   cui   parla   Cioffi   e   i   70   di   cui parlano   Socar   e   BP   è   enorme   –   ma   che   sarebbe   stata   a   dieci   zeri era abbastanza chiaro a tutti gli addetti ai lavori. Abbiamo    provato    a    contattare    più    volte    sia    il    Ministero    dello sviluppo   economico   sia   il   Sottosegretario   Cioffi,   per   chiedere   in base   a   quali   documenti   rimasti   nascosti   ai   membri   dell’esecutivo fino    al    loro    insediamento    fossero    state    fatte    le    stime    che    di recente   hanno   reso   palese   l’impossibilità   di   bloccare   il   Tap,   ma non   abbiamo   mai   avuto   risposta   sul   punto.   Restiamo   ovviamente a disposizione per eventuali chiarimenti e integrazioni. Conclusione Di   Maio   ha   torto   a   parlare   di   “penali”   riguardo   al   Tap.   In   base   a quanto     affermato     da     diversi     Ministeri,     nonché     dallo     stesso presidente   del   Consiglio   Conte,   sembra   chiaro   che   non   esistano. Esiste   invece   la   sostanziale   certezza   che   un’eventuale   retromarcia del    governo    sul    Tap    darebbe    il    via    a    numerose    richieste    di risarcimento. Che   queste   richieste   ci   sarebbero   state,   e   quali   sarebbero   stati   i soggetti   titolati   ad   avanzarle,   era   chiaro   da   anni.   Sul   “quanto”   di queste    richieste    è    vero    che    sia    difficile    elaborare    delle    stime precise   in   assenza   di   una   documentazione   dettagliata   che   forse   è in   possesso   del   Mise   (ma   non   abbiamo   avuto   conferme   o   smentite sul   punto   dal   Ministero).   Ma   che   si   sarebbe   trattato   di   decine   di miliardi, secondo gli esperti, era ampiamente prevedibile. Insomma,   il   M5S   avrebbe   dovuto   sapere   già   durante   la   campagna elettorale    che    fermare    il    Tap    avrebbe    portato    a    richieste    di risarcimento miliardarie da parte di diversi soggetti.