Spread, chi lo manovra? Facciamo un po’ di chiarezza

 scritto da Econopoly il 28 Maggio 2018 - Il Sole 24 ore

L’autore di questo post è Francesco Mercadante, analista del linguaggio e

analista economico-finanziario. È stato consulente del Garante dei Diritti

dei Detenuti della Regione Sicilia e docente di Analisi dei Testi presso

l’Università degli Studi di Palermo. È autore di saggi su Linguaggio ed

Economia

Ogni qual volta in cui uno scottante tema d’economia incontra i social

network, gli utenti diventano, immediatamente e, forse, senza

rendersene conto, protagonisti d’una sorta di sanguinosa e frenetica

caccia alle streghe: tutti in preda alla smania di mandare a morte un

colpevole, che, tuttavia, nella maggior parte dei casi, resta senza volto e

impunito. L’ansia da spread di queste ultime settimane ha contribuito

parecchio ad aizzare le masse contro l’aggressore occulto, tanto che, alla

notizia dei famigerati ‘duecento punti’, s’è assistito a un crescendo di

anatemi e invettive.

Secondo alcuni, il balzo dello spread sarebbe il frutto di un complotto

ordito dal Bilderberg o dalla finanza massonica contro l’Italia; secondo

altri, la causa di tutti i mali sono Renzi e il PD, sebbene non manchino

affatto coloro i quali ritengono che l’impennata sia la prova schiacciante

dell’avversione al Movimento 5 stelle, come se, in pratica, fosse possibile

manovrare a proprio piacimento i parametri di mercato e, per di più,

nell’arco di una notte. Tra i numerosi commenti che capita di leggere

facendo un normale scrolling su Facebook, uno in particolare ha

catturato la mia attenzione, lasciandomi piuttosto basito: “Ma perché non

aspettare prima di giudicare?”. In pratica, si chiederebbe una pausa ai

mercati per consentire a Lega e M5S di governare? Certo, è strano. È

strano che, oggi, non si sia in grado di scrivere su Google “che cos’è lo

spread?” per fugare certi dubbi.

Dunque, è bene fare un minimo di chiarezza. Dal momento che firme ben

più autorevoli e prestigiose hanno già scritto tanto in merito, tenterò di

offrire al lettore una visione oltremodo semplificata, nella speranza di

essere ‘utile’ e, nello stesso tempo, non essere bacchettato per eccesso di

semplicità.

Che cos’è lo spread?

Dato che la spiegazione reale è molto articolata e complessa, mi

propongo un approccio didattico, facendo qualche passo indietro rispetto

al nostro focus. Cominciamo col dire che, quando uno stato o un’azienda

hanno bisogno di denaro per rispondere a un proprio ‘fabbisogno di

cassa’, possono ricorrere a un tipo di prestito che differisce un po’ da

quello comunemente inteso, cosicché si rivolgono a tutti coloro che

liberamente vogliano fare un certo investimento. In che modo? Nella

sostanza, essi emettono delle obbligazioni, che, una volta acquistate,

garantiscono all’acquirente una percentuale d’interesse come rendimento

alla scadenza (trimestrale, semestrale, annuale, decennale et cetera). Nel

caso dei Buoni Poliennali del Tesoro che riguardano il tormentoso

argomento dello spread, l’unità di rendimento o scadenza è il decennio:

BTp a 10 anni. Di conseguenza, lo stato contrae un debito nei confronti

degli investitori e ogni debito, com’è noto, dev’essere rimborsato. E

inoltre, ogni prestito è legato a un tasso d’interesse che ne determina il

ripianamento.

A cosa serve la ‘liquidità’ che lo stato ottiene dal collocamento dei propri

titoli?

Ciò che lo stato ricava dall’emissione obbligazionaria è necessario a

coprire la spesa pubblica o, meglio, a far fronte a tutte quelle esigenze

economiche dirette che non sono state coperte con le entrate derivanti

dal gettito fiscale. Qui, entra in gioco un altro elemento decisivo, il

disavanzo o deficit pubblico: se le uscite sono superiori alle entrate, è

evidente che, o per politiche economiche sbagliate o per eventi imprevisti

e circostanze congiunturali, il Ministero dell’Economia e delle Finanze

deve ricorrere allo strumento obbligazionario di cui finora abbiamo

parlato. Tuttavia, è bene precisare, a scanso d’equivoci, che tanto più alto

è il rendimento di un titolo, italiano o tedesco che sia, quanto maggiore è

il debito del paese emittente. In altre parole, quando si sente parlare di

debito sovrano, si fa esplicitamente riferimento a questo, benché il

concetto di sovranità sia alquanto discutibile.

La contrattazione sui mercati – si badi bene – è libera, incondizionata e,

spesso, per certi aspetti, anche imprevedibile. Prevale la legge della

quantità, non quella della logica. Che vuol dire? Per paradosso, se la

relazione trimestrale di un’azienda X quotata è negativa, ma un elevato

numero d’investitori decide, per un motivo ignoto, di premiarla lo stesso,

allora il valore delle azioni dell’azienda X salirà. È chiaro che non stiamo

sostenendo la tesi della totale irrazionalità dei mercati. Si vuole solo dare

una misura del rischio che il mercato stesso comporta.

info_spread

Qual è il criterio mediante il quale si stimano i titoli di uno stato?

In questo caso, la risposta è semplice. Se lo stato è giudicato affidabile e

si pensa che la sua ‘contabilità’ sia regolare, allora le obbligazioni sono

considerate sicure e l’interesse di collocamento sarà basso con

conseguente riduzione del debito. Viceversa, se lo stato è giudicato

inaffidabile, l’acquisto dei suoi titoli sarà considerato rischioso in

prospettiva d’un possibile default (o insolvenza), che, in parole povere, si

traduce nel timore che esso non paghi il proprio debito. Quindi, quando

un rappresentante di un governo si abbandona a dichiarazioni ambigue e

soprattutto propone manovre finanziarie in assenza di coperture (flat tax,

moneta fiscale o reddito di cittadinanza, vogliamo parlarne?), gli

investitori cominciano a dubitare dell’affidabilità del paese in questione e

rinunciano ad acquistare i suoi titoli. Di conseguenza, lo stato, che deve

venderli, a tutti i costi, come si suol dire, è costretto a garantire

rendimenti sempre più alti, indebitandosi notevolmente.

Ciò non esclude che si possano rispettare gli impegni presi coi propri

elettori e rimettere i conti in ordine, per carità! Ma, stando ai fatti, certe

uscite incongrue degli ultimi giorni avevano fatto pensare per lo meno a

un po’ di faciloneria. Allo stesso modo, non si vuole assolvere e

consacrare l’operato del governo precedente. Insomma, si tratta solo di

un invito alla presa di coscienza. Non si può trattare con superficialità

l’argomento, fomentando agitazione populistica con frasi come “non

siamo schiavi dell’Europa né dello spread”… anzitutto perché sarebbe un

errore scientifico.

Perché si fa continuamente e ossessivamente riferimento alla Germania

e ai suoi bund?

Lo si fa unicamente perché i bund sono ormai considerati i più affidabili

tra i titoli, con basso rendimento e così sicuri da assurgere quasi a ‘bene

rifugio’ e, di conseguenza, si prendono a modello o unità di misura, come

dir si voglia. Lo spread è allora la misura della differenza tra il rendimento

dei titoli più sicuri e il rendimento dei titoli meno sicuri. Se, com’è

accaduto in questi giorni, i BTp Italia a 10 anni fanno registrare un 2,47%,

mentre i Bund Germania a 10 anni si attestano sullo 0,41%, allora la

differenza è fissata in 206 punti.

Il collocamento più volte citato avviene per mezzo di un’asta, alla quale la

Banca d’Italia ammette in prima istanza solamente degli investitori

autorizzati (per lo più, banche e SIM), i quali fanno le proprie offerte sulla

base di dati tecnici e rumors, non certo per fare un dispetto a Renzi o

Conte o chi per loro. Il prezzo, infatti, viene fissato solo dopo che tutte le

offerte sono state raccolte ed elaborate secondo il criterio dei valori

decrescenti.

In conclusione, è bene precisare che col termine spread non ci si riferisce

solo ed esclusivamente al differenziale già illustrato. Nei mercati azionari,

per esempio, ogni giorno si svolgono operazioni di compravendita

mediante asta, pertanto anche la differenza tra ask price, cioè il prezzo

formulato da un venditore, e bid price, vale a dire il prezzo formulato dai

compratori, determina uno spread. Nell’ambito delle operazioni a tutti

noi più vicine, le banche acquistano il denaro dalle banche centrali e lo

rivendono proprio applicando uno spread. In effetti, il suo significato non

è univoco ed è probabile che spesso se ne sia fatto un uso strumentale,

ma ciò non deve indurre il lettore a credere che sia una cosa da poco o di

cui ci si possa disinteressare.

Le note

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