Appunti

Belpaese e pensioni: l’incrocio pericoloso è fra demografia, istruzione e coperture

 scritto da Econopoly il 29 Luglio 2018

TASCHE VOSTRE

L’autore di questo post è Corrado Griffa, manager bancario ed industriale (CFO, CEO),

consulente aziendale in Italia e all’estero, giornalista pubblicista –

La lettura dei Rapporti INPS (l’ultimo pubblicato questo mese di luglio 2018) e dei dati

ISTAT conferma che abbiamo molti dati (NOTA: spesso poco coerenti fra loro, attese di-

verse “chiavi di lettura” adottate) ma relativamente poche analisi di scenario per imma-

ginare (prevedere è eccessivo) l’evoluzione del sistema pensionistico pubblico.

In premessa, ricordiamo che:

“Sul piano delle modalità di finanziamento, il modello pensionistico obbligatorio nel no-

stro paese si configura come un sistema a ripartizione, in cui l’onere pensionistico è ri-

partito sui lavoratori correnti: i contributi dei lavoratori attivi vengono immediatamente

utilizzati per pagare le pensioni ai lavoratori in quiescenza. In quanto tale, il metodo a ri-

partizione subisce le oscillazioni del dato occupazionale, del livello retributivo degli assi-

curati e dell’andamento demografico.” (fonte, INPS).

È quindi evidente come sia fondamentale avere una base di lavoratori attivi crescente

che “versano contributi”, a fronte di un invecchiamento della popolazione dovuto alla di-

minuzione del tasso di natalità ed al contemporaneo aumento della capacità di soprav-

vivenza e quindi della speranza di vita degli italiani, stimata in 83,49 anni (2015, B.

Mondiale); nel 2002 gli ultra-novantenni residenti in Italia erano 402.000, saliti a 720.000

nel 2017 (fonte, ISTAT).

I pensionati italiani con età fra 60 e 70 anni sono 4.198.995 (il 27,2% dei pensionati),

quelli con età fra i 70 e gli 80 sono 5.458.680 (il 35,3%) e (quasi) tutto raggiungeranno la

soglia dei pensionati ultra-ottantenni, oggi fermi a 4.267.851 (il 27,6%) ma intenzionati a

crescere, con effetti significativi sulla struttura “demografica” del sistema pensionistico.

In chiave prospettica, andamento demografico (si innalza l’età media della popolazione,

e quindi si estende il periodo di permanenza nella condizione di pensionato/a) ed anda-

mento occupazionale (si riduce il rapporto fra lavoratori e pensionati, oggi pari a 1,4 la-

voratori per ogni pensionato; tale rapporto era superiore a 5 negli anni ’50 e poi è via via

calato negli anni successivi) aggiungono quindi difficoltà e problemi per un sistema pen-

sionistico, che oggi deve ricorrere al sostegno dello stato, che attinge alla fiscalità gene-

rale, per sostenersi: l’apporto dello stato all’INPS nel 2017 è stato di 110, 3 miliardi, a

fronte di prestazioni erogate di 312,1 miliardi e contributi incassati di 224,6 miliardi (pa-

gina 281, Rapporto INPS luglio 2018).

L’Istat ha ricostruito le serie storiche trimestrali e di media annua dal 1977 ad oggi dei

principali aggregati del mercato del lavoro; tra il 1977 e il 2012 il numero medio annuo di

occupati è passato da 19.511.000 (anno in cui le pensioni pagate furono 16.766.399;

NOTA: il numero delle pensioni è superiore al numero dei pensionati, avendosi casi di

più pensioni erogate allo stesso pensionato) a 22.899.000 (con 23.570.499 pensioni pa-

gate); a fine 2017 i lavoratori assicurati presso l’INPS sono 25.138.000 (fonte, INPS). La re-

tribuzione media 2017 lorda (al netto dei contributi) è stata di 22.538 euro, con

contributi medi versati all’INPS di 9.973 euro (compresa quota datore di lavoro); con tali

contributi, che a livello aggregato “cubano” 205,1 miliardi, l’INPS eroga prestazioni pen-

sionistiche a 15.477.672 pensionati INPS, con un assegno annuo lordo di 18.160 euro

(fonte, INPS).

Se confrontiamo i contributi annui medi versati (9.973 euro) con l’assegno medio lordo

erogato (18.160 euro) scopriamo che l’assegno medio annuo è 1,8 volte il contributo

medio annuo; facciamo un piccolo esempio di calcolo (“grossolano”) … se per ogni pen-

sionato oggi ci sono 1,4 lavoratori attivi, immaginiamo di avere 140 lavoratori che ver-

sano contributi di 9.973 euro, con un incasso di 1.396.200 euro; dall’altro lato paghiamo

100 pensionati un assegno annuo di 18.160 euro per totali 1.816.000 euro; la differenza

di 419.800 euro la paga lo stato, quindi la fiscalità generale, che infatti per il solo 2017 ha

contribuito per 110,3 miliardi complessivamente (Tavola 3.8 App. pg. 281 Rapporto INPS

luglio 2018). Ci troviamo dinanzi ad uno sbilancio finanziario oggi “strutturale” che fa af-

fidamento sulla fiscalità generale per sostenersi.

Che fare?

Non è nostro compito; ci permettiamo di evidenziare che è essenziale aumentare co-

stantemente e significativamente il numero dei lavoratori attivi (e studi in passato

hanno sottolineato l’importanza di avere un rapporto di lungo periodo

lavoratori/pensionati “in sicurezza”, nell’intorno del 2:1; per il nostro paese, questo vor-

rebbe dire creare nuovi posti di lavoro al ritmo, oggi impensabile, di 800.000 nuovi posti

l’anno per i prossimi 8-10 anni), e che la crescita degli occupati è più semplice, diremmo

favorita, da sistemi flessibili, quindi poco rigidi, che tendono a sviluppare nuovi profili

professionali rispetto a quelli tradizionali; e che è altrettanto essenziale che le retribu-

zioni dei nuovi occupati siano elevate, così da avere contributi previdenziali alti, in grado

di ridurre lo scompenso attuale (sopra descritto); uno scenario dove la professionalità

sostenuta da percorsi formativi ad elevato contenuto tecnico possa essere adeguata-

mente riconosciuta e retribuita.

Quindi, forte enfasi sull’istruzione tecnica, la famosa STEM (Scienze, Tecnologie,

Ingegneria, Matematica), come “driver” per migliorare la posizione competitiva delle im-

prese e del paese: impresa ardua, in un paese come l’Italia dove solo il 26,2% dei 30-

34enni ha una laurea (contro una media UE del 39,1%) con una percentuale di laureati in

materie tecniche del 4,5% sull’intera popolazione.

Molto resta da fare, forse quasi tutto.

Scritto da Corrado Griffa - Il Sole 24 ore

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